Quando si parla di olio CBD Full Spectrum, una delle espressioni più ricorrenti è effetto entourage. Ma cosa significa davvero?
L’idea è semplice: la cannabis non contiene solo CBD, ma decine di cannabinoidi, terpeni e flavonoidi che convivono naturalmente nella pianta. Secondo numerose ricerche, queste sostanze potrebbero lavorare in sinergia, valorizzandosi a vicenda.
È proprio questo il principio che distingue un estratto Full Spectrum da un semplice CBD isolato.
La natura non crea una sola molecola
Quando osserviamo una pianta di cannabis siamo portati a pensare al CBD o, più spesso, al THC.
In realtà la cannabis è molto più complessa.
Una singola infiorescenza contiene oltre cinquecento composti naturali, tra cui cannabinoidi, terpeni, flavonoidi, cere vegetali e altre sostanze che la pianta produce per proteggersi da insetti, raggi UV e stress ambientali.
Per milioni di anni queste molecole si sono evolute insieme. Non esiste in natura una pianta che produca soltanto CBD.
Esiste invece un fitocomplesso, cioè un insieme di sostanze che convivono nello stesso equilibrio naturale.
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È proprio da questa osservazione che nasce il concetto di effetto entourage.
Cos’è davvero l’effetto entourage?
Immagina un’orchestra. Ogni musicista sa suonare il proprio strumento. Ma è quando iniziano a suonare insieme che nasce la musica.
L’effetto entourage descrive qualcosa di molto simile.
CBD, CBG, cannabinoidi minori, terpeni e flavonoidi sembrano influenzarsi reciprocamente, creando un’attività biologica diversa rispetto a quella che avrebbero se utilizzati singolarmente.
Non significa che una molecola “potenzi” automaticamente l’altra.
Piuttosto, ciascun composto contribuisce con caratteristiche differenti, rendendo il fitocomplesso più ricco e articolato.
Per questo motivo molti ricercatori preferiscono parlare di sinergia tra fitocannabinoidi piuttosto che di semplice somma degli effetti.
L’effetto entourage esiste solo nella cannabis?
In realtà no.
Sebbene il termine effetto entourage sia nato nel contesto della ricerca sui cannabinoidi, il principio della sinergia tra le molecole di una pianta è ben conosciuto in fitoterapia da moltissimo tempo.
Molte piante medicinali devono le loro proprietà non a un singolo principio attivo, ma all’interazione di decine di sostanze naturali che convivono nello stesso fitocomplesso.
Per questo motivo, in erboristeria si preferisce spesso utilizzare estratti completi piuttosto che molecole isolate.
Vediamo alcuni esempi.
Lavanda
La lavanda è famosa per i suoi benefici, a partire dal suo profumo rilassante, ma il merito non è soltanto del linalolo.
L’olio essenziale contiene infatti decine di composti aromatici, come il linalil acetato, il terpinen-4-olo e altri terpeni che contribuiscono al profilo complessivo della pianta.
È proprio questa miscela naturale che rende ogni olio essenziale diverso da una singola molecola sintetica.
Curcuma
Quando si parla di curcuma si pensa subito alla curcumina.
In realtà la radice contiene anche oli essenziali, turmeroni, polisaccaridi e numerosi altri fitocomposti.
Non a caso molti estratti moderni cercano di preservare l’intero fitocomplesso oppure associano la curcumina ad altre sostanze naturali, come la piperina del pepe nero, per migliorarne l’assorbimento.
Tè verde
Anche il tè verde è un ottimo esempio.
Le sue proprietà non dipendono esclusivamente dalle catechine.
Entrano in gioco anche caffeina, L-teanina, flavonoidi e altri polifenoli, che insieme contribuiscono al profilo biologico della bevanda.
Zenzero
Lo zenzero contiene gingeroli, shogaoli, zingiberene e numerosi altri composti aromatici.
L’effetto complessivo della radice deriva dall’interazione di tutte queste sostanze e non da un unico principio attivo.
Echinacea
Anche l’echinacea rappresenta un caso interessante.
Le sue proprietà sono attribuite all’azione combinata di alchilammidi, polisaccaridi, derivati dell’acido caffeico e altri fitocomposti presenti naturalmente nella pianta.
Anche la cannabis segue la stessa logica
La cannabis non fa eccezione.
Oltre al CBD contiene naturalmente CBG, CBC, piccole quantità di altri cannabinoidi, terpeni, flavonoidi e numerosi composti ancora oggetto di ricerca.
Per questo motivo molti ricercatori ritengono che studiare la pianta nel suo insieme possa essere altrettanto importante quanto comprendere il ruolo delle singole molecole.
È proprio da questa visione che nasce l’interesse verso gli estratti Full Spectrum, progettati per preservare il fitocomplesso naturale della cannabis e mantenere il più possibile l’equilibrio originario della pianta.
Un concetto antico, molto prima del CBD isolato
C’è un aspetto che spesso viene dimenticato. Per migliaia di anni la cannabis è sempre stata utilizzata nella sua forma naturale.
Nella medicina tradizionale cinese, nell’Ayurveda e nelle antiche preparazioni erboristiche non esistevano estratti purificati.
Si utilizzavano infiorescenze, resine, oleoliti e preparazioni ottenute dall’intera pianta.
In altre parole, erano tutti estratti che oggi definiremmo Full Spectrum.
L’idea di isolare una singola molecola è relativamente recente.
Solo negli ultimi decenni, grazie allo sviluppo delle moderne tecniche di purificazione, è diventato possibile produrre CBD isolato con una purezza superiore al 99%.
Questa evoluzione ha aperto nuove possibilità nella ricerca scientifica, ma ha anche dato origine a una domanda ancora oggi molto dibattuta:
“è meglio utilizzare una sola molecola oppure preservare la complessità naturale della pianta?“
Perché sono nati gli isolati?
Gli isolati non sono stati sviluppati perché il fitocomplesso fosse inefficace.
La loro nascita è legata soprattutto alla ricerca farmaceutica.
Studiare una singola molecola permette infatti di comprenderne meglio il funzionamento, stabilire dosaggi precisi e valutare con maggiore facilità gli effetti nei trial clinici.
Dal punto di vista scientifico è un approccio fondamentale.
Dal punto di vista botanico, però, rappresenta qualcosa di molto diverso rispetto alla pianta intera.
È un po’ come studiare una singola nota musicale invece dell’intera sinfonia.
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Cosa dice la scienza?
L’effetto entourage è oggi uno degli argomenti più studiati nel mondo dei cannabinoidi.
Il termine venne introdotto nel 1998 dal ricercatore Raphael Mechoulam e dal suo gruppo di ricerca, osservando come alcune molecole prodotte naturalmente dall’organismo fossero in grado di modulare reciprocamente la loro attività.
Successivamente il concetto è stato esteso anche ai fitocannabinoidi della cannabis.
Negli anni sono emerse diverse osservazioni interessanti e famose come il celbre studio di Russo.
Alcuni studi preclinici suggeriscono che gli estratti Full Spectrum possano mostrare una risposta biologica differente rispetto al solo CBD isolato.
Altri lavori evidenziano come determinati terpeni possano influenzare il comportamento dei cannabinoidi o interagire direttamente con specifici recettori dell’organismo.
Anche il β-cariofillene, ad esempio, è un terpene capace di legarsi ai recettori CB2 del sistema endocannabinoide, mentre cannabinoidi come il CBG sembrano agire su bersagli biologici differenti rispetto al CBD.
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Anche la ricerca sul dolore cronico evidenzia un possibile ruolo della sinergia tra cannabinoidi, sottolineando però la necessità di ulteriori studi clinici controllati.
Detto questo, è importante essere chiari.
La comunità scientifica non considera ancora l’effetto entourage una teoria definitivamente dimostrata nell’uomo.
Le evidenze disponibili sono promettenti, ma servono ulteriori studi clinici per comprendere quali combinazioni di cannabinoidi e terpeni siano realmente più efficaci e in quali contesti.
In altre parole, oggi possiamo dire che la sinergia tra i composti della cannabis è un’ipotesi supportata da dati interessanti, ma ancora in fase di approfondimento.
Chi partecipa all’effetto entourage?
CBD
È il cannabinoide più abbondante nelle varietà di cannabis light e agisce modulando indirettamente il sistema endocannabinoide.
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CBG
Il CBG è il precursore da cui derivano molti altri cannabinoidi della pianta ed è oggi uno dei composti più promettenti studiati dalla ricerca.
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Terpeni
I terpeni sono responsabili del profumo della cannabis.
Mircene, limonene, pinene, linalolo e beta-cariofillene non caratterizzano soltanto l’aroma delle diverse genetiche, ma sono oggetto di numerose ricerche per il loro possibile ruolo biologico.
👉 Leggi la guida completa ai terpeni della cannabis.
Flavonoidi
Anche i flavonoidi contribuiscono al fitocomplesso della pianta.
Tra questi troviamo le cannaflavine, molecole quasi esclusive della cannabis e ancora poco conosciute dal grande pubblico.
Perché scegliamo estratti Full Spectrum
In Green Organics abbiamo deciso di seguire la strada più vicina alla pianta.
Non perché il CBD isolato sia un cattivo ingrediente. Semplicemente crediamo che la ricchezza della cannabis risieda proprio nella sua complessità.
Per questo utilizziamo estratti che preservano naturalmente cannabinoidi, terpeni e flavonoidi, evitando processi che eliminano buona parte del fitocomplesso originale.
Il nostro obiettivo non è ottenere il CBD più puro possibile.
È mantenere quanto più possibile intatta l’identità della pianta.
In conclusione
L’effetto entourage ci ricorda una cosa molto semplice.
La cannabis non è una singola molecola, ma un ecosistema vegetale.
CBD, CBG, terpeni e flavonoidi si sono evoluti insieme per milioni di anni e la ricerca sta cercando di capire quanto questa complessità possa influenzare anche la loro attività biologica.
Per questo motivo gli estratti Full Spectrum continuano ad attirare l’interesse di ricercatori, medici e consumatori, rappresentando l’approccio più fedele alla composizione naturale della pianta.
Bibliografia
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