Quando si parla di Cannabis sativa, quasi tutta l’attenzione finisce inevitabilmente sui cannabinoidi. CBD, THC, CBG e CBN sono diventati nomi ormai piuttosto conosciuti, anche al di fuori del mondo della canapa.
Ma la cannabis è molto più complessa.
All’interno della pianta troviamo centinaia di molecole differenti: cannabinoidi, terpeni, pigmenti, composti fenolici e flavonoidi. Ed è proprio all’interno di quest’ultima famiglia che troviamo alcune sostanze particolarmente interessanti: le cannaflavine.
Meno famose del CBD e molto meno studiate dei principali cannabinoidi, le cannaflavine stanno attirando l’attenzione della ricerca perché rappresentano una componente caratteristica del profilo fitochimico della cannabis.
Ma cosa sono esattamente le cannaflavine? E soprattutto, che ruolo hanno all’interno della pianta?
Cosa sono le cannaflavine?
Le cannaflavine sono flavonoidi presenti nella Cannabis sativa. Sono particolarmente interessanti perché alcune di esse sono state inizialmente individuate e caratterizzate proprio nella cannabis.
Le più conosciute sono:
Cannaflavina A
Cannaflavina B
Cannaflavina C
Non sono cannabinoidi e quindi non vanno confuse con CBD, THC o CBG. Appartengono a una famiglia chimica completamente differente.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della cannabis: la sua composizione non ruota esclusivamente intorno ai cannabinoidi.
I flavonoidi sono una grande famiglia di composti vegetali diffusi in moltissime specie. Si trovano, per esempio, nel tè, negli agrumi, nei frutti di bosco, nel cacao, nell’uva e in numerose piante aromatiche.
Nella cannabis sono stati identificati diversi flavonoidi, tra cui:
- apigenina;
- luteolina;
- quercetina;
- kaempferolo;
- orientina;
- vitexina;
- isovitexina;
- cannaflavine.
A cosa servono i flavonoidi nella cannabis?
Per capire le cannaflavine bisogna prima osservare la pianta.
I flavonoidi non vengono prodotti dalla cannabis pensando all’uomo. Hanno innanzitutto una funzione biologica per la pianta stessa.
Possono partecipare a diversi processi, tra cui la risposta agli stress ambientali, l’interazione con la luce e la protezione dei tessuti vegetali.
Alcuni flavonoidi contribuiscono inoltre alla pigmentazione dei vegetali.
Ed è qui che spesso nasce un po’ di confusione.
Cannaflavine e antocianine, infatti, appartengono entrambe al grande mondo dei flavonoidi, ma non sono la stessa cosa.
Cannaflavina A, B e C
Le cannaflavine non sono una singola sostanza. Con questo nome si identifica una piccola famiglia di flavonoidi prenilati presenti nella Cannabis sativa, tra i quali i più conosciuti sono Cannaflavina A, Cannaflavina B e Cannaflavina C.
Sono molecole molto simili tra loro, ma non identiche, e soprattutto non sono state studiate tutte con la stessa profondità.
Cannaflavina A: la più studiata
La Cannaflavina A è oggi la più conosciuta e studiata. Già negli anni ’80 attirò l’attenzione per la sua azione sui processi infiammatori, mostrando in laboratorio un’attività fino a 30 volte superiore all’aspirina in uno specifico modello sperimentale.
Le ricerche successive hanno ampliato il quadro, evidenziando possibili proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e neuroprotettive, con particolare interesse per i meccanismi legati alla neuroinfiammazione.
Più recentemente è entrata anche nella ricerca oncologica: su cellule di tumore della vescica ha mostrato capacità di ridurne la vitalità e l’invasività e di favorire l’apoptosi, cioè la morte programmata delle cellule tumorali.
Cannaflavina B: interessante anche nella ricerca oncologica
La Cannaflavina B è molto simile alla A ed è stata studiata soprattutto per le sue potenziali proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e protettive nei confronti delle cellule.
Particolare attenzione ha ricevuto un suo derivato, chiamato FBL-03G (caflanone), studiato sperimentalmente contro il tumore del pancreas. Nei modelli preclinici ha favorito l’apoptosi delle cellule tumorali e negli animali sono stati osservati una riduzione della progressione del tumore e delle metastasi e un aumento della sopravvivenza.
Risultati che hanno contribuito ad accendere l’interesse verso le cannaflavine come una delle famiglie di molecole della cannabis da approfondire anche nella ricerca oncologica.
Cannaflavina C
La Cannaflavina C è quella di cui sappiamo meno.
È stata isolata e identificata molto più recentemente rispetto alle prime cannaflavine e il numero di studi biologici specificamente dedicati a questa molecola è ancora limitato.
Fa parte anch’essa dei flavonoidi prenilati della cannabis e sono state riportate attività biologiche interessanti, tra cui soprattutto attività antiparassitaria.
La Cannaflavina C compare inoltre, insieme alle cannaflavine A e B, nella ricerca che sta esplorando il possibile ruolo dei flavonoidi della cannabis nei meccanismi associati alla proliferazione cellulare e ai tumori.
Per il momento, però, la maggior parte delle informazioni più solide riguarda la Cannaflavina A e, in misura minore, la B.
Ed è proprio questo a rendere interessante la C: rappresenta una parte della chimica della cannabis che abbiamo identificato, ma che dobbiamo ancora comprendere fino in fondo.
Quali sono i possibili benefici delle cannaflavine?
Mettendo insieme le ricerche disponibili, il quadro diventa molto più interessante di quello suggerito dalla semplice definizione di “flavonoidi della cannabis”.
Le principali attività studiate per le cannaflavine comprendono:
- azione antinfiammatoria, attraverso la modulazione di prostaglandine e altri mediatori dell’infiammazione;
- azione antiossidante, con effetti sulla perossidazione lipidica e sullo stress ossidativo;
- attività neuroprotettiva, studiata in relazione a beta-amiloide, neurotossicità e metabolismo della chinurenina;
- attività antinocicettiva, cioè un possibile coinvolgimento nei meccanismi legati alla percezione del dolore;
- attività antiparassitaria;
- protezione cellulare in alcuni modelli sperimentali;
- attività antitumorale, oggi uno degli ambiti più interessanti della ricerca sulle cannaflavine.
Cannaflavine e tumori: cosa sta emergendo
Tra i filoni più interessanti c’è sicuramente quello oncologico. Una review pubblicata nel 2026 su “Frontiers” ha infatti incluso anche i flavonoidi della Cannabis sativa tra i composti di interesse nella ricerca sui tumori.
In particolare, la Cannaflavina A ha mostrato risultati interessanti su cellule di tumore della vescica, riducendone vitalità e capacità invasiva e favorendo l’apoptosi, cioè il naturale processo di morte cellulare programmata. In alcuni esperimenti, inoltre, l’effetto sulle cellule sane è risultato molto più contenuto rispetto a quello osservato sulle cellule tumorali.
Anche la Cannaflavina B sta attirando attenzione: un suo derivato, FBL-03G, è stato studiato in modelli di tumore pancreatico, mostrando un rallentamento della crescita tumorale e delle metastasi e una maggiore sopravvivenza negli animali trattati.
Le cannaflavine stanno quindi emergendo come qualcosa di più di semplici antiossidanti: la ricerca sta esplorando la loro capacità di intervenire su meccanismi come proliferazione, apoptosi e invasività delle cellule tumorali.
È un campo ancora giovane, ma apre una prospettiva interessante: dopo decenni di attenzione quasi esclusiva verso i cannabinoidi, anche i flavonoidi della cannabis stanno iniziando a conquistarsi il loro spazio nella ricerca.
Dove si trovano nella cannabis?
Le cannaflavine sono metaboliti prodotti dalla pianta e la loro distribuzione può variare tra i diversi tessuti vegetali.
La quantità presente non è inoltre necessariamente identica in tutte le piante.
Come accade per cannabinoidi, terpeni e pigmenti, il profilo fitochimico finale può essere influenzato da numerosi fattori:
genetica, fase di sviluppo della pianta, condizioni ambientali, esposizione alla luce e caratteristiche della coltivazione.
Questo è uno dei motivi per cui due varietà di Cannabis sativa possono avere profili chimici e aromatici profondamente differenti pur appartenendo alla stessa specie.
Cannaflavine e antocianine: qual è la differenza?
Se avete mai visto una cannabis dalle tonalità viola, rosse o quasi nere, probabilmente avete già incontrato visivamente l’effetto di un’altra famiglia di composti vegetali: le antocianine.
Le antocianine sono pigmenti responsabili delle colorazioni rosse, blu e viola di moltissimi vegetali.
Sono presenti, per esempio, nei mirtilli, nell’uva nera, nelle more, nel cavolo viola e possono accumularsi anche in alcune genetiche di cannabis viola.
Le cannaflavine non sono invece responsabili del colore viola della cannabis.
La distinzione è quindi importante:
cannaflavine → flavonoidi caratteristici della cannabis
antocianine → pigmenti flavonoidici responsabili delle tonalità rosse, blu e viola
Una pianta particolarmente ricca di antocianine può quindi assumere spettacolari sfumature viola durante la maturazione, soprattutto quando esiste una predisposizione genetica adeguata.
Le varietà viola contengono più cannaflavine?
Non necessariamente.
È facile pensare: più viola = più flavonoidi = più cannaflavine.
Ma il ragionamento non è corretto.
La colorazione viola è legata principalmente all’accumulo di antocianine, mentre Cannaflavina A, B e C sono molecole differenti.
Una genetica viola può quindi essere particolarmente interessante dal punto di vista del suo profilo di pigmenti senza che questo significhi automaticamente una maggiore concentrazione di cannaflavine.
Il colore rimane comunque un ottimo esempio per capire quanto la chimica della cannabis vada oltre CBD e THC.
Questi flavonoidi si trovano negli oli CBD?
Non necessariamente su tutti. Due estratti possono riportare entrambi, per esempio, il 10% di CBD e avere comunque una composizione molto differente.
Il motivo dipende dalla materia prima utilizzata e soprattutto dal tipo di estrazione e lavorazione.
Un prodotto contenente CBD isolato punta essenzialmente su una singola molecola, non troverai flavonoidi, terpeni o altri cannabinoidi.
Un estratto più complesso può invece conservare, in proporzioni differenti, altri cannabinoidi e alcune delle sostanze naturalmente presenti nella materia vegetale, inclusi i flavonoidi.
Questo non rende automaticamente un prodotto “migliore” dell’altro: significa semplicemente che concentrazione e complessità fitochimica sono due parametri differenti.
Ed è una distinzione importante quando si confrontano prodotti apparentemente simili.
Cannaflavine ed effetto entourage
Qui entriamo in un territorio particolarmente interessante ma nel quale è facile fare affermazioni eccessive.
Il cosiddetto effetto entourage è l’ipotesi secondo cui i diversi composti presenti nella cannabis possano interagire tra loro, producendo effetti differenti rispetto alle singole molecole isolate.
Solitamente se ne parla riferendosi soprattutto a cannabinoidi e terpeni.
Ma una pianta completa contiene anche flavonoidi e numerosi altri metaboliti secondari.
Per questo le cannaflavine sono interessanti anche nello studio della complessità fitochimica della cannabis.
Ciò non significa che sia stato dimostrato che una determinata quantità di Cannaflavina A potenzi il CBD o che esista una precisa combinazione terapeutica tra flavonoidi e cannabinoidi.
Significa, più semplicemente, che ridurre la qualità di un estratto alla sola percentuale di CBD rischia di ignorare buona parte della composizione originaria della pianta.
FAQ
No. Cannaflavine e cannabinoidi appartengono a famiglie chimiche differenti. CBD, CBG e THC sono cannabinoidi, mentre le cannaflavine sono flavonoidi.
Nella cannabis sono stati identificati diversi flavonoidi, tra cui cannaflavine, apigenina, luteolina, quercetina, kaempferolo, orientina e vitexina.
No. Le colorazioni viola, rosse e blu della cannabis sono associate principalmente alle antocianine. Le cannaflavine sono composti differenti.
Nella pianta fanno parte dei metaboliti secondari coinvolti nella sua fisiologia e nelle risposte all’ambiente. Dal punto di vista umano sono oggetto di ricerca per diverse potenziali attività biologiche.
Conclusione: c’è ancora molto da scoprire
Le cannaflavine dimostrano quanto la Cannabis sativa sia molto più di CBD e THC. Attività antinfiammatoria, antiossidante, neuroprotettiva e il recente interesse nella ricerca oncologica stanno portando queste molecole sempre più sotto i riflettori.
Molto resta ancora da capire, soprattutto sulle possibili interazioni con cannabinoidi e terpeni. Ma una cosa è chiara: quando parliamo di cannabis, concentrarsi su una sola molecola significa vedere soltanto una piccola parte di una pianta estremamente complessa.
Bibliografia
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Montle R, More GK, Takaidza S and Mtunzi F (2026) Cannabis sativa phytochemicals in cancer therapy: molecular mechanisms and therapeutic potential. Front. Pharmacol. 17:1768210. doi: 10.3389/fphar.2026.1768210




